13 oct. 2010

"G" come God

Il Massachusetts Institute of Technology, si staglia imponente, con la sua facciata neoclassica, su Mass Avenue, vicino a uno dei tati ponti che attraversano il fiume Charles. L’architetto è un tal William W. Bosworth, un protetto di Rockfeller Jr. che negli anni ’20, andò in Francia, a Parigi, per restaurare con i fondi dello stesso mecenate, nientedimeno che Versaille e Nôtre Dame de Paris.

Comunque, quando ha avuto carta bianca, ha progettato il MIT, una struttura ellenico-razionalista (in senso di architettura fascista, che guarda contemporaneamente al passato e al futuro) di colore bianco-sporco che con finte lesene e giochi di pieno-vuoto che danno un senso di profondità a una struttura che di per sé è piuttosto rigida e piatta.

All’ingresso, i soliti controlli.
Tesserino, perché sei qui, chi devi vedere, che devi fare, hai bombe, hai cocaina, armi bianche, armi nere...
Io gli ho risposto che, nonostante l’america nel 2009 avesse esportato 6795 milioni di dollari di armi, alla sottoscritta non le era arrivato neanche un taglierino.
Indi per cui mi hanno fatto passare.

Il Dipartimento di Linguistica e Filosofia è completamente diverso.
Opera dell’architetto visionario Frank Gehry (dovreste cercarlo su internet: è spettacolare), l’edificio è una sintesi brillante di funzionalità e movimento. Forme geometriche in piani distinti si intersecano dando vita a questo esempio di architettura contemporanea che unisce la bellezza allo stupore.
Dentro, il tutto è colorato, funzionale e minimalista.
Arrivo, perdendomi una trentina di volte, alla segreteria del Dipartimento. Sue, una donna rigida e formale mi fa passare e mi ritrovo davanti alla sua porta.

La prima volta, non avevo appuntamento. Ero andata un po’ alla napoletana pensando: “se va bene...bene, sennò nunfanient”... e Sue, dopo un po’ di storie e grazie a un appuntamento rimandato, mi ha infilato 10 minuti nella sua agenda.
La prima volta che l’ho visto ho pensato, nell’ordine: adesso svengo, adesso sicuro mi esce un qualcosa di stupido e faccio una figura di merda, oddio, devo andare in bagno, oddio non so parlare inglese, oddio sono pietrificata, uh! Assomiglia un po’ a Woody Allen...
e ho biascicato un: sorry, I’m confused.

Quello, l’importante è cominciare. Poi le cose vanno avanti da sè.
Il primo colloquio è durato poco.
Il secondo è stato più “easy”. Ero più tranquilla, la lingua non mi si attorcigliava e le mani non erano perennemente sudaticce.

Assomiglia vagamente a Woody Allen. Forse per quella smorfia che è a metà tra il sorriso e il ghigno. Forse per la comune matrice ebrea. Forse per quello sguardo secco e inflessibile con cui guardano il mondo. Il tono è musicale e la sua prosa è lontana da quel rap joyceano a cui sono abituata da quando sono venuta qui. Nonostante sia vecchio come il ceppo a forcella è un uomo con la lucidità di uno sparviero affamato.

È stata una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Vedere le rughe, l'umanità, la carne di una persona che stimi tanto è stato bello come il primo bacio o la prima lettera d'amore. Come un simposio di tutte le "prime volte" della propria vita che, coordinate da un eccesso di adrenalina, scoppiano dentro e ti assordano come campane la Domenica delle Palme.

Non credo esista una parola o un concetto che possa descrivere lo stato d'animo di quel momento.
Stupore.
Stupore, forse.

Come lo stupore che si prova davanti alla bellezza.
Perché la conoscenza è bellezza. Ed è una bellezza che matura col tempo e che col tempo si fa più aggraziata e attraente.
E di questa bellezza non sarai mai sazio.

Non come i culi delle ballerine, parafrasando un mio stimato exfidanzatoamico

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