13 oct. 2010

"B" come BostonByBike

Ho una bicicletta, qui a Boston.
È una bella bicicletta da corsa che poco a poco sto aggiustando, nonostante non sia l'investimento più intelligente del momento.
Ma a me le biciclette piacciono assai.

Dunque, la differenza tra una bici da corsa e una mountan-bike è la scomodità.
Ovviamente la scomoda, a mio avviso, è quella da corsa:
1. perché ha le ruote finissime e ogni pietruzza che acchiappi è un sussulto intestinale e un sellino nei reni.
2. perché ha il manubrio al livello della barra e verso il basso (come le bici di Coppi e Bartali, per capirci) e quindi l'unica posizione in cui si può condurre questo magnifico mezzo di trasporto, è con la "schiena a parabola"...cosa che, se ti fai un chilometro al giorno, tutto sommato non ti cambia molto. Ma se ti fai 30 chilometri al giorno per andare al lavoro, alla sera, la schiena sembra l'intervallo grafico tra il seno a 0º e quello a pigrecomezzi.
3. perché in concreto, non mi funziona il cambio delle marce e la bici sta settata su quelle più pesanti. Il che non è proprio tutta salute... specialmente in collina.
Però fujecummacchè ...

La città è attrezzata con piste ciclabili. E siccome qui sono abbastanza civili (a Napoli sarei finita in ospedale al primo semaforo), e la maggior parte delle volte rispettano la linea di demarcazione tra la corsia per i mezzi meccanici e quella per i veicoli a propulsione umana, il trasporto in bici è, generally, sicuro e conveniente. Oltre che ecologico...perché qui siamo tutti ecologici.

Le mie avventure in bicicletta consistono essenzialmente in:

1. finire sotto i SUV
2. andare a fare le castagne

Ed ora vi racconterò entrambe le storie.

Once upon a time, in America (o, di Flavia e l'incidente)...

Noialtri si ha l'ecologica abitudine di andare a far la spesa in bicicletta al mercato terzomondista di North End (Haymarket) il sabato mattina giacché: è un mercato economico (tre kg di pomodori 2 dolari vs. i tre kg del supermercato che ti vengono più o meno 12 dollari), vicino c'è il Bar dello Sport, l'unico bar dove il caffè assomiglia al caffè e c'è l'unico negozio della città dove vendono la Settimana Enigmistica.
Siccome il mercato c'è solo il Venerdì e il Sabato, approfittiamo e  il Sabato andiamo lì muniti di zainetto e lista della verdura che ci manca.

Bien, s'era appena finito di fare la spesa e ci si accingeva a tornare a casa, passando prima dal pescivendolo perché m'era venuto il vulio di rana pescatrice quando, ad un incrocio, bellebbuono, mi arravota un SUV.
In realtà la scena si è svolta un po' a rallentatore, o perché ho un buon baricentro o perché in momenti di panico il tempo si dilata. Ricordo solo di essere caduta lateralmente come una patata, preoccupata più per la bici e i 6kg di pomodorini che portavo nello zaino, piuttosto che per la mia pelle...
Pietro e Giacomo che stavano qualche metro avanti, fanno un giro di 180º e mi raggiungono, il peruviano che conduceva la macchina, scende e disperato comincia a scusarsi compulsivamente (ragion per cui il Malara ha maliziosamente pensato che fosse un clandestino o uno senza la visa in regola) io faccio un balzo da terra come un lottatore professionale di judo e comincio a dire "tuttoapposto...tuttoapposto...sto bene...sto benissimo...non mi manca niente...posso muovermi...tuttoapposto". E mentre si consumava questa scena in cui ci si parlava l'uno sull'altro io, il peruviano, Giacomo e Pietro si avvicina un poliziotto di guardia a una banca e fa:

- Tutto bene signorina? Vuole che chiami la polizia?
- prego?
- vuole che chiami la polizia?
- la polizia? e perché la polizia?  e soprattutto, scusi...ma non è lei la polizia?

poi mi ha spiegato che era un guardia privato.
Comunque, niente polizia... solo un'iniezione di pura adrenalina a causa dello spavento e un po' di trauma una volta passato l'effetto della stessa.
La prossima volta, lo faccio più pulp e spettacolare! Se no è banale...

Ma parliamo delle castagne.
L'espressione "andare a fare le castagne" è stata coniata dal Malara la notte tra il 6 e il 7 di luglio quando ho scoperto che l'Università dove dovevo lavorare si trovava a Chestnut Hill (Chestnut significa Castagna) ... ed è rimasta nel nostro gergo quotidiano.
Quindi, se dico o leggete: vac a ffa' 'e castagne, significa semplicemente che sto andando a lavorare.

Chestnutt Hill sta a circa una decina di miglia da Somerville, dove vivo. Una trentina di chilometri andata e ritorno.
Durante il primo mese - con la splendida bici da corsa senza sospensioni e con le marce bloccate - sbagliavo sempre strada per andare al lavoro scoprendo, a mie spese, che *Hill* non era il sinonimo di "curva isoipsa" ma, in molti dei percorsi da me provati, significava esattamente "trecento colline una dietro l'altra con pendenza che varia dal 70% al 99,9%".

Arrivare al lavoro, durante il primo mese, mi è costato uno sforzo fisico epico.
Quelle cazzo di collinette talmente ravvicinate tra loro che non  facevi in tempo manco a prendere un po' di rincorsa che dovevi salirne un'altra ancora più ripida...

Alla fine ho trovato un modo per arrivare con almeno un polmone funzionante, vi mando il link affinché possiate vederlo anche voi: http://beta.mapmyride.com/route/detail/21000972/?open_ive_done=1

Nonostante questo, un giorno mi si sgancia la catena, un'altro mi scoppia la ruota, un'altro ancora scivolo dal sellino e mi impalo con la barra, una volta mi scordo il caricatore del portatile e devo ritornare a casa facendo il doppio percorso (come nel gioco dell'oca quando esce la carta "Ripassa dal Via")...
insomma, non ci si annoia neanche andando al lavoro.
E, soprattutto, arrivo sempre sgangherata... tanto che ho preso l'abitudine di portarmi un ricambio e il nécessaire col trucco.

In sintesi: arrivo alla facoltà puzzolente, sudata e con la faccia descomposta dallo sforzo fisico. Varco la soglia dell'edificio passando da una temperatura corporea di 40º e una esterna di almeno 30º a una temperatura di -20º  tanto corporea come interna (il mio sistema immunitario ringrazia i condizionatori a palla). Vado in bagno. Mi cambio i vestiti. Mi trucco come un attore di teatro Kabuki, mi metto la felpa e vado a lavorare.
E il caffè fa pure schifo, qui.

Ed ora sono qui, nella biblioteca dell'Università, con i "congelatori" al massimo (non sono condizionatori, sono congelatori), un milione di riviste scientifiche e la necessità periodica di staccarmi dal portatile ed uscire fuori , giusto per ricordarmi che sono un animale a sangue caldo.

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