10 mar. 2011

Colazione da Paolo Garimberti: Ferrara, Sgarbi e Contumelie (o, de la Fiera della sicumera e della millanteria)

Sono talmente indignata, che quasi mando una mail di contumelie e bestemmie alla RAI.
Non cambierebbe nulla, lo so, ma ho un bisogno impellente di insultarli.

Stamane, come tutte le mattine, mi sono ritagliata una mezzora per leggere il giornale.
(Un'abitudine che dovrò abbandonare, viste le conseguenze)
Nella prima pagina di Repubblica Online, tra una riforma della giustizia (del nostro amato Dott. Angelino Alfano), un Bossi insoddisfatto e il risveglio di una Confindustria che ammette l'esistenza di un "problema petrolio" (cos' 'e pazz'!) che impedisce la ripresa economica, spicca un articolo che sembra più una beffa che una notizia.


Lunedì 14 marzo, in prima serata, comincerà il programma "Qui Radio Londra" dove Ferrara opinerà sulla situazione politica attuale (Ahi lasso, quanti ossimori concettuali in cotante poche parole).

Ma è così. Un altro punto (negativo, Nda) per la TV di Stato. Dopo l'annuncio di un prossimo programma di Sgarbi (!) che andrà in onda ad aprile in prima serata e che già pregusto come un paiolone di convinzioni senza né capo né coda, condite da un linguaggio sublime -evidente ossequio ai maggiori poeti e prosatori della nostra amata patria- questa di Ferrara è un'ulteriore mazzata che non so se la mia ulcera sarà in grado di sopportare.

Quanto guadagnerà? gli chiede il giornalista.
E Ferrara risponde: "Tremila euro a puntata, 15 mila euro a settimana. Contratto di due anni, opzione per il terzo" [sic].

Gentili signori,
Non so voi, ma io sono abbastanza seccata che si paghi Ferrara per esprimere un’opinione (che già sappiamo, aggiungerei):
 
Non è il prezzo che mi offende (anche quello, perdio! Ché io, quindicimila euro, non li guadagno neanche in un anno lavorando come ricercatrice, così come non li guadagna uno che lavora in fabbrica) ma la proposta: perché non mettere un un babbuino a scorreggiare in prima serata? Ha lo stesso valore culturale/politico.

E il prezzo, sì. Anche quello mi turba: in un momento di crisi, dove Istituti di Ricerca non trovano finanziamenti, dove il livello di povertà ha raggiunto limiti incredibili, dove il debito pubblico è di 1.838,296 miliardi di euro (luglio 2010) uno dei più alti di tutti i Paesi occidentali (superiore al 110% rispetto al Pil), pagare somme tali a lacchè e pagliacci da circo di provincia mi sembra un affronto a chi, con umiltà e con fatica, lavora giorno dopo giorno per garantirsi la sopravvivenza.

Perché non parliamo di vivere. No.
A noi non è dato tale lusso.
Parliamo di sopravvivere.

Sopravvivere lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici, da quella che è stata la propria culla, la terra dove ognuno di noi è maturato come "frutto di innumerevoli contrasti d'innesti" e che, nel bene o nel male, ha determinato il proprio percorso, come Itaca per Ulisse. Con la differenza che, personalmente, a Itaca, non ci voglio più tornare.
Non con le attuali condizioni di assuefazione alla volgarità e alla mediocrità culturale.

O, anche, sopravvivere in quella terra senza futuro dove l'unica cosa concessa è il diritto di abbassare la testa di fronte alle porcherie e agli scandali che contaminano la vita quotidiana dei miei compatrioti (tanto a livello locale, come nazionale).

La peculiarità evolutiva dell'essere umano è l'adeguarsi all'ambiente che lo circonda e modificarlo secondo le sue necessità. 
Gli italiani hanno imparato ineccepibilmente la prima lezione. 
Si adeguano così bene che hanno finito per trasformarlo in virtù: accettano essere schiavi con un certo piacere masochista, come se il "sopportare" fosse un valore aggiunto, una nobile capacità non di tutti...

Radio Londra, poi.
Quanto è vero che l'Italia non ha una memoria storica.

Ma sono i dettagli quelli che fanno di un quadro, un'opera d'arte.

In primis, l'attacco alle "capere" che frugano tra le pieghe della vita del Premier.
"Crociata neopuritana", la chiama.
E vabbè...
"Sull'inchiesta di Milano però ho le idee chiare: è un processo stregonesco, messo in piedi da pedinatori, giornalisti e magistrati. Un boomerang per gli oppositori del premier"

Questa affermazione è di una tale indecenza che vorrei sapere se il giornalista che lo ha intervistato (tal Goffredo de Marchis) è tornato a casa con la voglia disperata di fare

"C:\cervello\09032011\intervistagiulianoferrara.bat"
"@deletefile\intervistagiulianoferrara.bat"

per eliminare anche l'ultima traccia della spiacevole esperienza o se davvero s'è sentito protagonista di un'intervista come quella di Lamberto Sechi a Montanelli (se la sua risposta fosse la seconda, non mi turberebbe: in fondo anche Giorgia Meloni è giornalista! [vedi nota al fondo])

e infine:
"Non sono Biagi, non accarezzo il pelo del gatto nel verso giusto. Ho messo in conto le critiche."

E qui, come dice un caro amico, inevitabilmente prudono le mani.


Nota al fondo. La Meloni nel suo recente articolo (pubblicato su Il Giornale, dove se no!) sul 17 di marzo ci delizia, tra lacrime e sangue, sul nuovo compleanno collettivo italiano. I famigerati 150 anni dell'Unità d'Italia. Nobile tentativo, se si pensa che Bossi sta cercando, almeno da 40 anni, di scardinare questa unità. E passi pure che l'articolo della giornaministra può essere letto come una piaggeria ai Savoia (perché ci siamo uniti sì, ma sotto lo stendardo di un re straniero giacché mi sembra che la Borgogna fosse francese e non italiana) ma dire "E sono colpevole di apologia del fascismo se ritengo che la data di nascita della nazione italiana si collochi nel Risorgimento e non nella Liberazione" (sic) è da analfabeti storici.

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